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ENVER HOXHA 3 di 4

 

Cari compagni,

Nella dichiarazione di Mosca del 1957 come anche nel progetto di dichiarazione che viene sottoposto, si rileva che il revisionismo costituisce oggi il principale pericolo nel movimento comunista e operaio internazionale. Nella Dichiarazione di Mosca del 1957 si sottolinea giustamente che l’origine interna del revisionismo è l’esistenza dell’influenza borghese, mentre la capitolazione di fronte alla pressione dell’imperialismo costituisce la sua origine esterna. La vita ha confermato in pieno che il revisionismo moderno, camuffato con slogans pseudo – marxisti e pseudo – rivoluzionari, si è adoperato in tutti i modi per screditare la nostra grande dottrina, il marxismo – leninismo, che esso ha proclamato come << sorpassato >> e non più rispondente all’evoluzione sociale. Facendosi scudo dello slogan del marxismo creativo, delle nuove condizioni, i revisionisti si sono sforzati, da una parte, di prostrare lo spirito rivoluzionario del marxismo e di minare la fiducia della classe operaia e del popolo lavoratore nel socialismo, adoperandosi, d’altra parte, con tutti i mezzi ad abbellire l’imperialismo, presentandolo come ammansito e pacifico. I tre anni che sono trascorsi dalla Riunione di Mosca hanno pienamente confermato che i revisionisti moderni non sono che scissionisti del movimento comunista e del campo socialista, servi fedeli dell’imperialismo, nemici giurati del socialismo e della classe operaia.
L’esperienza stessa ha dimostrato finora che il revisionismo moderno ha nei revisionisti jugoslavi, nella cricca traditrice di Tito, i suoi portabandiera, i suoi rappresentanti più aggressivi e più pericolosi. Al tempo in cui venne approvata la Dichiarazione di Mosca, sebbene a parer nostro esistessero già allora dati e fatti sufficienti per farlo, questo gruppo ostile, agente dell’imperialismo americano, non fu pubblicamente denunciato; per di più, in seguito, quando il pericolo che esso costituiva apparve più chiaramente, la lotta contro il revisionismo jugoslavo non fu condotta in modo coerente e continuo, e nemmeno con il rigore necessario per il suo annientamento ideologico e politico. Al contrario. E questa fu ed è l’origine di molti mali e di molti torti registrati nel nostro movimento comunista e operaio di Tito non è stato completamente smascherato, se si sono mantenute delle << speranze >> fallaci su un cosiddetto << miglioramento >> e su una << svolta >> positiva, di questo gruppo di traditori, ciò è avvenuto poiché in tal senso hanno influito la tendenza conciliatrice, la concezione sbagliata e il giudizio falso del compagno Krusciov e di dirigenti sovietici nei confronti del pericoloso gruppo revisionista titino.
E’ stato detto che nel giudicare i revisionisti jugoslavi e nell’esacerbare l’atteggiamento adottato nei loro confronti è stato Stalin a sbagliare. Il nostro Partito non è mai stato d’accordo con tale punto vista, perché il tempo e la vita hanno dimostrato esattamente il contrario. Stalin aveva fatto una giustissima valutazione del pericolo che rappresentavano i revisionisti jugoslavi, e ha cercato di risolvere questo problema in tempo utile e con metodo marxista. L’Ufficio d’informazione, in quanto organo collegiale, si riunì a quell’epoca ed essendo stato smascherato il gruppo titino, fu intrapresa contro di esso una lotta senza pietà. E il tempo lo ha dimostrato e continua a dimostrare come una tale azione fosse giusta e indispensabile. Il Partito del Lavoro d’Albania è stato sempre dell’opinione ed è tuttora convinto che il gruppo di Tito è un gruppo di traditori del marxismo – leninismo, un covo di spie dell’imperialismo, un pericoloso nemico del campo socialista e di tutto il movimento comunista e operaio internazionale, e che perciò contro di esso si debba condurre una lotta spietata. Da parte nostra,, noi abbiamo condotto e continuiamo a condurre questa lotta perché siamo comunisti internazionalisti e abbiamo sentito e sentiamo ogni giorno sulle nostre spalle il peso dell’attività ostile della cricca revisionista di Tito contro il nostro Partito e il nostro paese. Ma questo atteggiamento del nostro Partito non è piaciuto e non piace al compagno Krusciov, né ad alcuni altri compagni.Il gruppo titino è, da lunga data, un gruppo di trotskisti e di rinnegati. Se non altro, esso è tale per il Partito del Lavoro d’Albania sin dal 1942, cioè da 18 anni.
Dal 1942, quando la lotta del popolo albanese si estese, il gruppo trotskista di Belgrado, sotto la maschera dell’amicizia e approfittando della nostra buona fede, si sforzò con tutti i mezzi di impedire lo sviluppo della nostra lotta armata, di ostacolare la creazione di potenti distaccamenti partigiani albanesi d’assalto e, vedendo che non ci riusciva, tentò di prenderne direttamente la guida politica militare. Questo gruppo cercò di fare in modo che tutte le nostre azioni dipendessero da Belgrado e che il nostro Partito, il nostro esercito partigiano fossero semplici appendici del Partito comunista jugoslavo e dell’Esercito di liberazione nazionale jugoslavo.
Il nostro Partito, sempre preservando l’amicizia che lo univa ai partigiani jugoslavi, contrastò vittoriosamente questi disegni diabolici. Sin da quel periodo, il gruppo di Tito si impegnò a gettare le basi di una Federazione balcanica, posta sotto la direzione dei titini di Belgrado, a mettere i partiti comunisti dei paesi balcanici a rimorchio del Partito Comunista Jugoslavo, e gli eserciti partigiani di questi popoli alle dipendenze dello Stato maggiore titino. A questo scopo, esso tentò, in pieno accordo con gli inglesi, di creare lo Stato maggiore balcanico e di porre questo, cioè i nostri eserciti, sotto la direzione degli anglo – americani. Il nostro Partito sventò vittoriosamente questi piani diabolici. E quando la bandiera della Liberazione fu issata a Tirana, la banda titina di Belgrado ordinò ai suoi agenti in Albania di screditare i successi del Partito Comunista d’Albania e di organizzare un putsch allo scopo di rovesciare la direzione del Partito, quella stessa direzione che aveva organizzato il Partito, guidato la Lotta di Liberazione Nazionale e condotto il popolo albanese alla vittoria. Fu Tito, con i suoi agenti segreti nel nostro Partito, ad organizzare il suo primo putsch (6) ( Al plenum del CC del PC d’Albania tenuto il 23 novembre 1944 Berat, il delegato del CC del PCJ ordì segretamente, con il concorso di elementi anti – partito quali Sejfulla Maleschova, Koci Xoxe e Pandi Kristo, un complotto contro il PC d’Albania. Questo complotto aveva lo scopo di rovesciare la direzione del Partito con alla testa il compagno Enver Hoxha, per sostituirvi una nuova direzione pro – jugoslava) nel nostro paese. Ma il Partito Comunista d’Albania fece fallire questo complotto di Tito.
Nonostante ciò i cospiratori di Belgrado non deposero le armi, e in collusione con il traditore Koci Xoxe, loro principale agente nel nostro Partito, ripresero, sotto nuove forme, l’organizzazione del loro complotto contro la nuova Albania. Il loro scopo era di fare dell’Albania la settima repubblica Jugoslava.
Proprio nel periodo in cui il paese era devastato, incenerito e bisognava ricostruirlo a cominciare dalle sue stesse fondamenta, in cui il nostro popolo era senza pane e senza rifugio, ma animato da un morale alto in cui il nostro popolo e il nostro esercito, armi alla mano, vigilavano contro i complotti della reazione organizzati dalle missioni anglo- americane, che minacciavano l’Albania di nuove invasioni, dopo in cui una grande parte dell’Esercito partigiano albanese aveva valicato la frontiera dell’Albania per andare in aiuto ai fratelli jugoslavi, a combattere a loro fianco e liberare insieme il Montenegro, la Bosnia, l’Erzegovina, il Kossovo e la Macedonia; i cospiratori di Belgrado ordinavano nuovi piani per asservire l’Albania.
Ma il nostro Partito ha tenuto testa eroicamente a questi agenti camuffati da comunisti. I trotskisti di Belgrado, vedendo che perdevano la partita, che i loro complotti venivano annientati dal nostro Partito, giocarono la loro ultima carta: tentarono di invadere militarmente l’Albania, di soffocare la resistenza, di arrestare i dirigenti del Partito del Lavoro d’Albania e dello stato albanese e di dichiarare l’Albania settima repubblica della Jugoslavia. Il nostro Partito sventò, come gli altri, anche questo diabolico piano. L’appoggio e l’intervento di Stalin in quei momenti furono decisivi per il nostro Partito e per la libertà del popolo albanese.
Fu precisamente in quel momento che la cricca di Tito venne smascherata dall’Ufficio di Informazione. L’Ufficio d’Informazione fece fallire i complotti della cricca di Tito non solamente in Albania, ma anche negli altri paesi a democrazia popolare. Mascherati da comunisti, Tito e la sua banda, questi rinnegati e agenti dell’imperialismo, tentarono di rompere l’amicizia e l’alleanza di lotta che univano i paesi a democrazia popolare dei Balcani e dell’Europa centrale all’Unione Sovietica, di distruggere i partiti comunisti e operai dei nostri paesi e di trasformare i nostri Stati in riserve dell’imperialismo anglo – americano.
Chi non conosceva e non vedeva allora nella realtà questi piani ostili dell’imperialismo e del suo fedele servitore Tito? Tutti ne erano a conoscenza, tutti ne furono informati e tutti approvarono unanimemente le giuste decisioni dell’Ufficio d’Informazione, tutti, senza eccezione, approvarono le risoluzioni dell’Ufficio d’Informazione che, secondo il nostro punto di vista, erano e sono rimaste giuste.
Coloro che non vollero vedere e comprendere le azioni di questa banda, provarono per la seconda volta, con la controrivoluzione in Ungheria e con gli incessanti complotti in Albania, che il lupo cambia il pelo ma non il vizio. Tito e la sua banda possono ricorrere agli inganni, possono mettersi la maschera, ma restano pur sempre traditori e agenti dell’imperialismo, assassini degli eroici comunisti internazionalisti jugoslavi. Essi rimarranno tali, sicché non verranno annientati. Quanto alle decisioni prese contro il gruppo rinnegato di Tito dall’Ufficio d’Informazione, il Partito del Lavoro d’Albania non le considera adottate personalmente dal compagno Stalin, ma da tutti i Partiti che facevano parte dell’Ufficio d’Informazione, ma anche dai Partiti Comunisti e Operai che non ne facevano parte. Tale questione, concernente tutti i partiti comunisti e operai, toccava di conseguenza anche il Partito del Lavoro d’Albania, che, avendo ricevuto e studiato la lettera indirizzata da Stalin e Molotov al Comitato centrale del Partito Comunista Jugoslavo, si dichiarò pienamente concorde con questa lettera e con le decisioni dell’Ufficio d’Informazione.
Perché allora il << voltafaccia >> operato dal compagno Krusciov e dal Comitato centrale del Partito comunista dell’Unione Sovietica nel 1955, nei riguardi dei revisionisti jugoslavi, non diede luogo ad una consultazione regolare con gli altri Partiti Comunisti e Operai, ma fu concepita e messa in atto così rapidamente e unilateralmente? Quella era una questione che ci riguardava tutti. O i revisionisti jugoslavi si erano levati contro il marxismo – leninismo e i partiti comunisti e operai del mondo, oppure essi non l’avevano fatto; o essi avevano commesso un errore, oppure eravamo noi che ne avevamo commesso uno nei loro riguardi, e non soltanto Stalin. Questo punto, il compagno Krusciov non poteva, né doveva risolverlo da solo, a modo suo.
E’ comunque ciò che egli fece, rilanciando con un voltafaccia i rapporti con i revisionisti jugoslavi nel suo viaggio a Belgrado. Questa iniziativa ebbe l’effetto di una bomba per il Partito del Lavoro d’Albania ed esso vi si oppose immediatamente in maniera categorica. Prima della partenza, nel maggio 1955, del compagno Krusciov per Belgrado, il Comitato centrale del Partito del Lavoro d’Albania indirizzò al Comitato centrale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica una lettera nella quale veniva espressa l’opposizione del nostro Partito a questo viaggio, sottolineando che la questione jugoslava non poteva essere risolta unilateralmente, ma che essa doveva essere discussa in una riunione dell’Ufficio d’Informazione, alla quale il Partito del Lavoro d’Albania chiedeva di partecipare come invitato. Era in quella sede che tale questione doveva essere decisa dopo un approfondito e giusto dibattito. Certo, dal punto di vista della forma, non spettava a noi decidere se il compagno Krusciov dovesse fare o no questo viaggio a Belgrado, per cui non insistemmo più in merito, ma, nella sostanza, noi avevamo ragione e il tempo ha confermato che la questione jugoslava non doveva essere risolta così affrettatamente. Si lanciò lo slogan della << sovrapposizioni >> si annullò rapidamente la seconda risoluzione dell’Ufficio d’Informazione, si inaugurò << l’epoca della riconciliazione >> con << i compagni jugoslavi >>, si revisionò il caso dei cospiratori, che furono riabilitati, non si fece che parlare con calore dei << compagni jugoslavi >>, e i << compagni jugoslavi >> completamente assolti alzarono la cresta, si misero a strombazzare che la loro << giusta causa >> aveva trionfato, che era stato << Stalin, questo criminale >> ad ordire tutte queste accuse contro di loro, e si creò così una situazione in cui chiunque rifiutasse di condividere questa nuova linea veniva trattato da << stalinista >> e doveva essere eliminato.
Il nostro Partito si oppose all’adozione di una simile linea conciliatrice ed opportunista. Esso si mantenne sulle giuste posizioni ideologiche marxiste – leniniste, sulle posizioni della lotta ideologica e politica contro il revisionismo jugoslavo. Il Partito del Lavoro d’Albania restò fermo sulla sua convinzione che il gruppo titino era un gruppo di traditori, rinnegati, trotskisti, agenti eversivi al soldo degli americani, e che il Partito del lavoro d’Albania non si era sbagliato nei suoi riguardi. Il Partito del Lavoro d’Albania restò fermo sulle sue convinzioni secondo cui il compagno Stalin non si era sbagliato su tale questione; che i revisionisti, seguendo la loro linea di tradimento, avevano tentato di asservire l’Albania, di distruggere il Partito del Lavoro d’Albania e che, tramando contro il nostro paese una serie di complotti internazionali in collusione con gli imperialisti anglo - americani, essi cercavano di coinvolgere l’Albania in conflitti internazionali.
D’altra parte il Partito del Lavoro d’Albania era d’accordo per stabilire con la Repubblica Popolare Federativa di Jugoslavia rapporti statali di buon vicinato, relazione commerciali e culturali, se le norme della coesistenza pacifica tra stati e regimi differenti fossero state rispettate; perché per il Partito del Lavoro d’Albania la Jugoslavia titina non è mai stata, non è e non sarà mai un paese socialista, fintanto che essa avrà alla sua testa un gruppo di rinnegati e di agenti dell’imperialismo. Nessun tentativo aperto o mascherato poté allontanare il Partito del Lavoro d’Albania da queste giuste posizioni. Inutilmente il Comitato centrale del partito Comunista dell’Unione Sovietica, tramite il compagno Suslov, si impegnò a convincerci di non rievocare la questione di Koci Xoxe nel rapporto di attività che noi dovevamo presentare al nostro III Congresso nel Maggio 1956, il che avrebbe significato, da parte nostra, rinnegare la lotta per le nostre posizioni di principio. In Albania i titini trovarono pane per i loro denti, o come dice Tito, << l’Albania divenne << un bastone tra le ruote >> e, naturalmente, il gruppo traditore titino proseguì la sua lotta contro il Partito del Lavoro d’Albania, credendo do denunciarci definendoci << stalinisti >>. Il gruppo di Belgrado non si limitò a combatterci con la sola propaganda, ma continuò le sue azioni di spionaggio, i suoi atti eversivi, i suoi complotti, esso inviò bande armate nel nostro paese e si mostrò ancor più attivo di quel che non fosse prima del 1948. Questi sono fatti dimostrati. Ma la tragedia sta nel fatto che il Partito del Lavoro d’Albania, da una parte, si teneva sulla difensiva di fronte agli aspri e incessanti attacchi dei revisionisti jugoslavi e, d’altra parte, l’atteggiamento fermo, di principio, marxista – leninista del nostro Partito si opponeva agli atteggiamenti concilianti tenuti nei confronti dei revisionisti jugoslavi dai dirigenti sovietici e da alcuni altri partito comunisti e operai.
Allora si affermava a gran voce e si scriveva che << la Jugoslavia è un paese socialista, questo è innegabile >>, che << i comunisti jugoslavi hanno una vasta esperienza e grandi meriti >>, che << l’esperienza jugoslava merita un maggiore interesse e deve essere studiata più attentamente >>, che << il periodo dei dissensi e dei malintesi non era stato causato dalla Jugoslavia e che nei suoi confronti era stata commessa una grave ingiustizia >> e via di questo passo. Questi atteggiamenti, naturalmente, rincuorarono la cricca di Tito che credette di aver vinto su tutta la linea; tranne che per quel << bastone tra le ruote >> che essa intendeva isolare e in seguito liquidare. Non solamente questo portò all’isolamento e alla liquidazione del nostro Partito, ma al contrario, i tempi hanno confermato la fondatezza del punto di vista del nostro Partito.
A causa della posizione assunta, il nostro partito è stato oggetto di innumerevoli pressioni. La direzione albanese fu giudicata << collerica >>, << ostinata >>, fu accusata di << gonfiare >> l’importanza di queste controversie con la Jugoslavia, di provocare ingiustamente gli jugoslavi, ecc. Su questo piano il nostro Partito fu attaccato in primo luogo dal compagno Krusciov. Più sopra ho brevemente rievocato le manovre dei revisionisti jugoslavi contro il nostro Partito e il nostro paese, durante la guerra, dopo di questa e dopo il 1948; ma mi soffermerò anche, brevemente, sul periodo anteriore la controrivoluzione in Ungheria, opera degli agenti jugoslavi. Il gruppo traditore di Belgrado incominciò ad organizzare una controrivoluzione anche in Albania. Se il nostro Partito avesse commesso l’errore di entrare nel << valzer della riconciliazione >> con i revisionisti jugoslavi, come gli si predicava dal 1955, la democrazia popolare in Albania sarebbe stata perduta. Noi Albanesi, non saremmo oggi in questa sala, ma staremmo ancora combattendo sulle nostre montagne. Il nostro Partito e il nostro popolo, fusi in un’unità d’acciaio, dando prova di una grande vigilanza, scoprirono e smascherarono le spie di Tito infiltrate nel nostro Comitato centrale, che lavoravano in accordo con la Legazione jugoslava a Tirana.
Tito fece sapere a questi traditori che si erano spinti troppo oltre e che avrebbero dovuto attendere sue istruzioni. Questi traditori e spie scrissero anche al compagno Krusciov domandandogli di intervenire contro il Comitato centrale del Partito del Lavoro d’Albania. Questi sono fatti documentati. l disegno di Tito era di coordinare la controrivoluzione in Albania con la controrivoluzione in Ungheria. Qualche tempo dopo il XX Congresso del Partito comunista dell’Unione Sovietica si doveva tenere il nostro III Congresso. L’agenzia jugoslava di spionaggio in Albania pensò fosse finito il momento di rovesciare la direzione albanese << ostinata e stalinista >> e organizzò il complotto che fu scoperto e schiacciato alla Conferenza di Partito della città di Tirana nell’Aprile 1956. I cospiratori ricevettero la severa punizione che meritavano. Altri agenti pericolosi di Tito in Albania, Dali Ndreu e Liri Gega, ricevettero da lui l’ordine di riparare in Jugoslavia poiché << erano in pericolo >> e le azioni contro il nostro Partito << dovevano essere organizzate in territorio jugoslavo >>. Il nostro Partito era pienamente a conoscenza dell’attività dei nemici e dell’ordine segreto di Tito. Vigilava e fece catturare i traditori alla frontiera mentre tentavano di fuggire. Essi furono giudicati e fucilati. L’agenzia jugoslava di spionaggio che preparava la controrivoluzione in Albania fu scoperta e completamente annientata. Con nostro stupore, il compagno Krusciov si pose dinanzi a noi come difensore di questi traditori e agenti jugoslavi: ci accusò di aver fatto fucilare l’agente jugoslava, la traditrice Liri Gega, mentre era, a suo dire, << in stato di gravidanza >>, cosa che non aveva precedenti nemmeno all’epoca dello zar, e aveva prodotto, una impressione molto negativa presso l’opinione pubblica mondiale >>. Queste erano calunnie degli jugoslavi, ai quali il compagno Krusciov aveva creduto anziché credere a noi. Beninteso, noi respingemmo queste insinuazioni del compagno Krusciov.
Ma l’atteggiamento ingiusto, contrario ai principi e ostile del compagno Krusciov nei riguardi del nostro Partito e della sua direzione, non si limitò a questo. Panajot Plaku, un altro agente jugoslavo, traditore del Partito del Lavoro d’Albania e del popolo albanese, riparò in Jugoslavia e si mise al servizio degli jugoslavi. Egli organizzò le trasmissioni ostili dalla stazione radiofonica chiamata << Albania socialista >>, Questi scrisse al rinnegato Tito e al compagno Krusciov, domandando espressamente a quest’ultimo di avvalersi della propria autorità per liquidare la direzione albanese, Enver Hoxha in testa, perché noi saremmo << anti – marxisti >>, << stalinisti >>. Il compagno Krusciov, lontano dall’indignarsi per la lettera di questo traditore, pensò al contrario che costui doveva poter rientrare in Albania senza esservi disturbato o, altrimenti, che avrebbe potuto trovare asilo politico in Unione sovietica. Apprendendo questo proposito, noi avemmo l’impressione che i muri del Kremlino ci crollassero addosso, perché non avremmo mai potuto immaginare che il primo segretario del Comitato centrale del Partito comunista dell’Unione sovietica potesse giungere al punto di sostenere gli agenti di Tito e i traditori del nostro Partito, contro il nostro Partito e il nostro popolo.
Ma le nostre divergenze di principio con il compagno Krusciov sulla questione jugoslava raggiungessero il punto culminante quando, di fronte alle nostre insistenze di principio perché fosse smascherata l’agenzia titina di spionaggio di Belgrado, egli si indignò a tale punto, che nel corso delle conversazioni ufficiali dell’Aprile 1957 tra le nostre due delegazioni, ci disse, con collera: << Interrompiamo i nostri colloqui, noi non possiamo intenderci con voi. Voi cercate di riportarci sulla via di Stalin >>. Noi, da parte nostra, eravamo rivoltati dall’atteggiamento niente affatto amichevole del compagno Krusciov, che cercava di interrompere i colloqui, in altri termini, di inasprire i rapporti con il Partito e lo Stato albanese sulla questione dei traditori del marxismo – leninismo, del gruppo di Tito. Noi non potevamo in alcun modo condividere questo atteggiamento, e pertanto, benché accusati di essere delle teste calde, conservammo la nostra calma perché eravamo convinti di essere noi e non il compagno Krusciov nel giusto, che era la linea che noi seguivamo e non quella del compagno Krusciov la linea giusta, che la fondatezza della nostra linea sarebbe stata dimostrata una volta di più dagli avvenimenti, come lo fu in realtà per molte volte.
Secondo noi, la controrivoluzione in Ungheria fu principalmente opera dei titini. Gli imperialisti americani avevano, in primo luogo in Tito e nei rinnegati di Belgrado, la migliore arma per scalzare la democrazia popolare in Ungheria. Dopo il viaggio del compagno Krusciov a Belgrado nel 1955, la questione dell’attività scissionista di Tito fu trascurata. La controrivoluzione in Ungheria non scoppiò casualmente e improvvisamente; essa fu preparata, possiamo dire, molto apertamente e alla luce del sole e nessuno riuscirà a convincerci che essa fosse stata preparata nel più grande segreto. La controrivoluzione fu organizzata dall’agenzia spionistica della banda di Tito, in collusione con il traditore Imre Nagy, e con i fascisti ungheresi, che, tutti insieme, agivano apertamente sotto la direzione degli americani.
I titini, principali fautori della controrivoluzione ungherese, progettavano di staccare l’Ungheria dal nostro campo socialista, di trasformarla in una seconda Jugoslavia, di associarla alla NATO con la mediazione della Jugoslavia, della Grecia e della Turchia, di assoggettarla all’aiuto degli Stati Uniti d’America e di farle proseguire la lotta contro il campo socialista, unita alla Jugoslavia e sotto la direzione dell’imperialismo. I controrivoluzionari in Ungheria lavoravano alla luce del sole. Come mai i loro maneggi non furono notati da nessuno? Noi non possiamo concepire che in una democrazia popolare sorella come l’Ungheria, dove il Partito è al potere e dispone delle armi della dittatura del proletariato, dove stazionavano anche le truppe sovietiche, Tito e le bande horthyste abbiano potuto lavorare così liberamente come fecero. Noi pensiamo che le posizioni del compagno Krusciov e degli altri compagni sovietici nei riguardi dell’Ungheria non sono state chiare, per il fatto che i loro punti di vista completamente errati sulla banda di Belgrado impedivano loro di avere una giusta visione di tali questioni.
I compagni sovietici avevano fiducia in Imre Nagy, l’uomo di Tito. E ciò che noi diciamo non sono vane affermazioni. Prima che scoppiasse la controrivoluzione e quando la caldaia ribolliva al circolo << Petofi >>, io ero di passaggio a Mosca e nel corso di un colloquio che ebbi con il compagno Suslov, lo misi al corrente di ciò che avevo visto passando per Budapest; gli dissi anche che il revisionista Imre Nagy si levava per organizzare la controrivoluzione al circolo << Petofi >>. Il compagno Suslov respinse categoricamente il mio punto di vista e, per dimostrarmi che Imre Nagy era un uomo per bene, tolse da un cassetto, mostrandomela, << l’autocritica fresca fresca di Imre Nagy >>. Ciò nonostante, io ripetei al compagno Suslov che Imre Nagy era un traditore.
Noi abbiamo un altro motivo di stupore e poniamo questa domanda legittima: perché il compagno Krusciov e i compagni sovietici sono andati numerose volte a Brioni per incontrarvi il rinnegato Tito a proposito dell’affare ungherese? Se i compagni sovietici erano informati che i titini preparavano la controrivoluzione in un paese del nostro campo, era permesso ai dirigenti dell’Unione Sovietica d’andare a intrattenersi con un nemico che fomenta complotti e controrivoluzioni nei paesi socialisti? E’ naturale che noi, come Partito comunista, come stato a democrazia popolare, come membri del Trattato di Varsavia e del campo socialista quali noi siamo, si domandi al compagno Krusciov e ai compagni sovietici perché hanno organizzato tutti questi incontri a Brioni nel 1956 con Tito, con questo traditore del marxismo – leninismo e non hanno giudicato utile riunirsi una sola volta con i rappresentanti dei nostri paesi, né di organizzare una sola riunione dei paesi del Trattato di Varsavia?
Noi pensiamo che il fatto di intervenire o no con le armi in Ungheria sia una questione che non deve essere rimessa al giudizio di una sola persona. Dal momento che noi abbiamo creato il Trattato di Varsavia dobbiamo prendere le decisioni che ci concernono in comune, altrimenti è inutile parlare di alleanze, di collegialità e di cooperazione tra i partiti. La controrivoluzione ungherese è costata del sangue al nostro campo, è costata del sangue all’Ungheria e all’Unione Sovietica. Come si è permesso questo spargimento di sangue e non si sono prese misure per prevenirlo? Noi pensiamo che nessuna misura preliminare poteva essere presa, dal momento che il compagno Krusciov e i compagni sovietici avevano fiducia nell’organizzatore della controrivoluzione ungherese, nel traditore Tito, e che trascuravano completamente le riunioni regolari indispensabili con i loro amici, con i loro alleati, dal momento che giudicavano giuste solo le proprie decisioni sulle questioni che ci riguardano tutti, senza dare la minima importanza al lavoro e alle decisioni collegiali.
Il Partito del Lavoro d’Albania non ha un’idea chiara del modo in cui le cose si sono svolte, né della maniera in cui sono state prese le decisioni su tale questione. In un periodo in cui i titini, da una parte, si intrattengono a Brioni con i compagni sovietici, e, dall’altra parte, organizzano febbrilmente la controrivoluzione in Ungheria e in Albania, i compagni sovietici non si preoccupano affatto di mettere al corrente la nostra direzione, non fosse che in modo puramente formale per riguardo a noi alleati, di ciò che accade, delle misure che essi intendono prendere. Questa non è una questione formale. I compagni sovietici sapevano molto bene quali fossero i piani della banda di Belgrado nei confronti dell’Albania. Infatti, l’atteggiamento dei compagni sovietici non è soltanto biasimevole ma anche incomprensibile. L’affare ungherese ci è servito da preziosa lezione, per ciò che è successo sia apertamente, che dietro le quinte. Noi pensiamo che la controrivoluzione ungherese provi più che sufficientemente il tradimento di Tito e della sua banda. Sappiamo che numerosi documenti sono conservati nei cassetti e non vengono rilevati, documenti che smascherano la barbara attività del gruppo di Tito nell’affare ungherese. Noi non comprendiamo perché si agisce così. Quali sono gli interessi che si nascondono dietro questi documenti che non vengono rilevati ma sono rigorosamente conservati nei cassetti? Si sono cercati e scoperti i più insignificanti documenti per condannare dopo la sua morte, il compagno Stalin, e si chiudono nelle casseforti i documenti che smascherano quel vile traditore che è Tito.
Tuttavia, anche dopo la controrivoluzione ungherese la lotta politica e ideologica contro la banda titina, invece che aumentare, come richiede il marxismo – leninismo, si è andata attenuando verso la riconciliazione, i sorrisi, i contatti, per arrivare quasi agli abbracci. Infatti, i titini, grazie a questo atteggiamento opportunista tenuto nei loro confronti, riuscirono a superare ugualmente questo fossato. Il Partito del Lavoro d’Albania si opponeva alla linea di condotta del compagno Krusciov e degli altri compagni nei confronti dei revisionisti jugoslavi. Il nostro Partito continuò la sua lotta contro i revisionisti con forza ancora maggiore. Numero amici e compagni, e in primo luogo i compagni sovietici e bulgari, incapaci attaccare la nostra giusta linea, ci deridevano, sorridevano ironicamente e , durante i loro contatti amichevoli con i titini, isolavano ovunque i nostri rappresentanti. Noi speravamo che dopo il VII Congresso titino anche i ciechi e tanto più i marxisti, avrebbero visto con chi avevano a che fare e che cosa dovessero fare. Malauguratamente ciò non avvenne. Non occorse molto tempo, dopo il VII Congresso titino, perché la denuncia del revisionismo si affievolisse, le riviste teoriche sovietiche parlavano di ogni sorta di revisionismo di Honolulu, ma non dicevano che pochissime cose sul revisionismo jugoslavo. Era non vedere il lupo che avevano davanti e cercare le sue tracce. Si videro lanciare gli slogans << non parliamo più di Tito e del suo gruppo, poiché ciò non fa che alimentare la loro vanità >>, << non parliamo più di Tito e del suo gruppo perché facciamo torto al popolo jugoslavo >>, << non parliamo dei rinnegati titini, perché tito trae vantaggio dalle nostre parole per mobilitare il popolo jugoslavo contro il nostro campo >>, ecc. Un buon numero di partiti fecero propri questi slogans ma il nostro Partito non li seguì su questa via, e noi pensiamo di aver agito correttamente. Si creò una tale situazione che la stampa dei paesi amici non accettava di inserire articoli di collaboratori albanesi se non a condizione che non si accennasse ai revisionisti jugoslavi. In tutti i paesi a democrazia popolare europei, ad eccezione della Cecoslovacchia, dove i compagni giudicarono nell’insieme correttamente le nostre azioni, i nostri ambasciatori furono indirettamente isolati, poiché i diplomatici dei paesi amici preferivano conversare con i diplomatici titini mentre detestavano i nostri e non volevano vederli.
Le cose giunsero al punto che il compagno Krusciov fece della questione jugoslava una condizione per la sua venuta in Albania, alla testa di una delegazione del partito e del governo sovietico, nel maggio del 1959. Le prime parole del compagno Krusciov, all’inizio delle conversazioni a Tirana, furono dette per avvertire i partecipanti che non avrebbe parlato contro i revisionisti jugoslavi, cosa che nessuno del resto lo obbligava a fare; ma questa dichiarazione significava chiaramente il suo disaccordo con il Partito del Lavoro d’Albania su tale questione.
Noi rispettammo il suo desiderio, come quello di un’ospite, sintanto che soggiornò in Albania, indipendentemente dal fatto che la stampa titina, che si rallegrava oltre misura di questo atteggiamento, non mancò di dire che Krusciov aveva chiuso il becco agli albanesi. Nei fatti, ciò non corrispondeva alla realtà, ma il compagno Krusciov era molto lontano dal coinvolgerci nelle sue opinioni su tale questione e i titini appresero chiaramente, dopo la partenza dell’ospite, che il Partito del Lavoro d’Albania non era più legato alle condizioni che Krusciov aveva poste e che esso proseguiva la sua via marxista – leninista. Il compagno Krusciov, nei suoi colloqui con Vukmanovic Tempo, fra le altre cose, ha paragonato i nostri atteggiamenti dal punto di vista del tono, a quelli degli jugoslavi, ritenendoli identici e dicendo di non essere d’accordo con il tono degli Albanesi. Noi consideriamo errato e riprovevole ciò che il compagno Krusciov ha detto a Vukmanovic Tempo, nemico del marxismo, del campo socialista e dell’Albania. Noi diciamo: << Ciascuno va trattato come merita >>, e da parte nostra non siamo d’accordo con il tono conciliante del compagno Krusciov nei riguardi dei revisionisti. Il popolo dice che davanti al nemico si deve alzare la voce, e davanti all’amata deve scorrere il miele dalle labbra.
Alcuni compagni che hanno idee sbagliate affermano che noi teniamo un simile atteggiamento verso i titini per il fatto che vorremmo tener noi la bandiera della lotta contro il revisionismo o perché abbiamo una visione limitata di questo problema, considerandolo da un punto di vista puramente nazionalista, e che perciò ci siamo ingolfati, se non nella << via sciovinista >>, almeno in quella di un << gretto nazionalismo >>. Il Partito del Lavoro d’Albania ha considerato e considera la questione del revisionismo jugoslavo sotto l’ottica del marxismo – leninismo, ha ritenuto tale revisionismo, lo ritiene e lo combatte come il principale pericolo per il movimento comunista internazionale, come il pericolo che minaccia l’unità del campo socialista.

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